La Bolivia che non conosci

Prima di visitare un luogo sono solito fare ricerche sul web. La paura è sempre la stessa, non amo le sorprese.

Il viaggio in Bolivia è arrivato inaspettato, come quando acquisti un gratta e vinci e ti trovi con 5000 mila euro in più di ieri.  Il tempo di fare le valigie, correre all’aeroporto di Milano e prendere il volo con destinazione Santa Cruz.  E le mie ricerche? Pazienza andrò all’avventura.

La Bolivia mi ha stupito, ingannato, deluso, illuminato. Ci vorrò ritornare al più presto perché solo qui ho vissuto il tutto contrario di tutto.

Prima di immergerti nella lettura ti devo avvisare che in Bolivia:

. regna il caos di un rave party dall’alba al tramonto

. le strade non portano a Roma

. le guide turistiche non parlano inglese

. il numero del tuo gate non è mai quello giusto

. fa freddo quando deve fare caldo e fa caldo quando fa freddo

Ora che mi sono divertito un po’  ti consiglio di prenderti 8 minuti e 45 secondi per viaggiare con me.

Terra pagana

Sono attratto dal mistero di questa terra pagana, dove lo sciamanesimo è praticato come fosse una religione, non vedo l’ora di decollare da Santa Cruz de la Sierra  per La Paz, la capitale della Bolivia. L’areo è così piccolo che penso ne seguirà un altro con i nostri bagagli. Passiamo oltre, sarà quel che sarà.

Una volta all’anno ho bisogno di respirare  antiche tradizioni, di sentire il profumo degli incensi, il battito della terra e il silenzio che in questo viaggio sarà gentilmente offerto dalla catena delle Ande. La Bolivia mi sembra perfetta.

Santa Cruz è una città coloniale, ho soggiornato solo una notte,  sufficiente per entrare nello spirito boliviano. Ci troviamo nel cuore dell’America centrale, la Bolivia è senza dubbio l’essenza della natura, la bellezza per antonomasia e il tocco geniale di un passato glorioso rimasto quasi inalterato.

Finalmente dall’aeroporto Viru Viru parte il mio “trabicolo” con destinazione La Paz, dopo che stravaganti disagi e una magistrale confusione mi hanno fatto cadere nel panico. Sembrava di essere dentro un videogame che per passare alla fase successiva dovevi schivare valigie e gomiti di centinaia di persone che impazzite correvano alla ricerca del gate 7-9-8-10 annunciato e annullato una decina di volte con destinazioni diverse.

Alla mezzanotte atterriamo a El Alto, facile da intuirne il significato nella nostra lingua, di fatto è l’aeroporto più alto al mondo. Gli aerei  faticano a decollare e ad atterrare, l’aria è così rarefatta, che dico con un filo di voce “buenas noches amigo” allo steward di turno, non respiro bene, ma da una fugace occhiata mi sembra di dominare il mondo intero.

Per scendere nella capitale noleggio un taxi, primo perché è più veloce e poi perché ho visto che l’ultimo autobus disponibile aveva più galline che persone sedute.

Il buio è da subito elegiaco, mi auguro che il tassista non sia un logorroico, desidero immergermi nel silenzio fino alla capitale.

I tornanti sono uno slalom continuo, una serie di fotocopie di colore nero pesto, percepisco delle strane vibrazioni, questo è il pulsare della terra che inizia a farsi sentire. In quell’istante l’autista interrompe la mia estasi per dirmi di prendere la macchina fotografica, di lì a due tornanti avrei assistito allo spettacolo più bello al mondo.

Due minuti e si apre dinanzi a me una meraviglia che mi mozza il fiato, un’altra volta, ma questa per la tanta bellezza.

La Paz è ai miei piedi, racchiusa come uno scrigno in questa conca illuminata da migliaia di luci da sembrare un grande diamante. Sono passato dal buio alla luce in un nanosecondo, contemplo e penso a quanto possano spendere in corrente elettrica i boliviani, La Paz ai miei piedi sembra illuminata a giorno.

Entrati in città sono attratto subito dalle donne del posto che sono abbigliate come alberi di Natale, favolose. Al posto della stella in testa indossano un buffo cappelletto alla Charlot, per intenderci, straordinariamente stilose con quei colori sgargianti coperti dai mantelli di lana alpaca morbida. Me ne sono innamorato.

E’ tardi lo so, ma ho solo iniziato a  respirare la loro cultura, non posso andare a letto proprio ora, deposito le valigie in hotel e mi inoltro per una delle vie adiacenti.

Sono quasi le due di notte eppure c’è un frastuono che mi ricorda i rave party. In lontananza osservo diversi gruppi di persone che provano dei balli, ridono, accennano dei passi e ricominciano, provano ancora e via di nuovo. Mi viene voglia di mescolarmi tra loro ma temo di essere cacciato come una zanzara in un ascensore. Solo l’indomani vengo a sapere che in Bolivia ogni giorno si festeggia un patrono, ogni quartiere ne ha uno e i suoi abitanti ne approfittano per far baldoria. Un festival a cielo aperto che non conosce regole e orari, soprattutto.

Ritorno in hotel felice.

Sono in cerca dell’essenza e alle sei della mattina sono pronto, ho dormito poche ore, ma ogni secondo per me è prezioso.

La città turistica la lascio ai tedeschi, io cerco i mercati veri, quelli evitati come la peste dal viaggiatore Alpitour.

Camminando a fiuto, trasportato dagli odori e dal sesto senso, percorro in lungo e largo le vie della città, finché arrivo al meraviglioso mercato dei fiori. Piante e fiori recisi, donne accovacciate intente a comporre mazzi spettacolari. Un profumo si propaga su tutta l’area, è inebriante, la mia pelle sa di bossa nova, di begonia, di tagete. Poi bancarelle di sole uova, altre di soli frutti esotici, chi vende trucias, le tipiche trote del lago Titicaca. I colori e i sapori mi accendono la curiosità e rapito da questa tavolozza di tinte mi sento un boliviano.

Seguo il mio istinto e poco dopo finisco nel girone delle streghe. Ho trovato il famoso mercato delle streghe, allora via con  la magia e riti propiziatori.

Per arrivare devi prendere la Calle Linares, mi raccomando in spagnolo il mercato si chiama El Mercado de Hechiceria, che non ti salti di chiamarlo delle streghe perché chissà dove finisci.

Nel mentre mi sto addentrando in questo vespaio di oggetti e animali essiccati mi sento osservato da centinaia di occhi. Sono le rane secche che ammassate l’una sull’altra mi seguono con lo sguardo, fanno una certa impressione, ma mai come i feti di Lama che per ora vorrei tralasciare per passare a cose più note  come gli strumenti musicali, statue dalle forme strane, polveri di dubbia provenienza, amuleti, incensi, erbe medicinali, palo santo e pezzi di artigianato da oscar.

Ho trovato il cuore di La Paz

Acquisto ogni cosa potrà fare l’effetto wow ai miei amici, in questo momento ho la sindrome dell’acquisto compulsivo andrò in terapia al mio rientro, questo mercato merita tutta la mia attenzione.

Sono pieno, meno lo è il mio portafoglio, ma voglio di più.

Devo trovare  l’anima e far pulsare lo spirito della magia, ascoltare la voce delle streghe, indagare sui loro riti, fondermi con l’incantesimo e per farlo ho bisogno di chiedere alla mia guida Claudia di portarmi dove non non porterebbe nessuno: da uno stregone.

Odiano i turisti mi dice con un filo di disprezzo, rispondo che saprò come fare per farmi accettare.

Il taxi si dirige verso la parte alta della città, è la strada che porta sull’altopiano delle Ande, ancora curve, tornanti e salite. Dopo circa una ventina di minuti vedo in lontananza un sobborgo di capanne azzurre di legno con all’esterno dei bracieri roventi fumanti.

Ci siamo penso, ecco dove vivono!

Giunti sul posto  io e la guida ci avviciniamo con cautela verso una delle casette. Dal retro esce un tipo tutto nero, è anziano e ha l’aria di chi sospetta un trappolone straniero. Mi faccio coraggio e gli parlo con sincerità, esprimo il mio rispetto per la loro cultura e il desiderio di capire in fondo il loro credo e quali siano i  loro poteri.

Mi fa entrare in quello che definirei un piccolo Tempio confusionario. Ogni cosa ha il sapore del miscuglio tra superstizione e religiosità. Un altare ospita l’immagine della Vergine e di Pacha Mama, feticci e talismani con misteriosi simboli si mescolano con erbe e rimedi curativi. Mi racconta che legge le foglie di coca, le mescola alla rinfusa e ne elabora delle profezie.

Il rito può durare anche due giorni, non si deve avere fretta, è la Madre Terra che decide quando il verdetto deve essere emesso.

Vedo i feti di Lama, gli stessi che avevo visto al mercato delle streghe,  chiedo subito a che cosa servano. La storia è sorprendente.

Mi risponde che non vi è casa in Bolivia che non abbia sotterrato un feto di Lama, pena un annunciato lutto o disgrazie nel futuro. Mi dice che sei mesi fa un boliviano ha voluto sfidare la sorte e non l’ha sepolto nelle fondamenta della casa che stava costruendo.  Un mese dopo è crollato tutto sotterrando lui e gli operai che ci lavoravano. Sono morti tutti.

Questo talismano, per noi sicuramente lugubre, è per i boliviani un simbolo di fertilità e buona sorte. Un dono alla Madre Terra come ricompensa per ciò che le sarà tolto dalla costruzione della casa. Insomma un “mi scusi per il disturbo” detta in parole povere.

L’odore mi si impregna nella pelle molto più forte dei fiori di quando ero al mercato. E’ forte, acre, pungente, sono forse le erbe che lo stregone sta bruciando e gli incensi sparsi negli angoli della stanza. Vorrei provare a fare un rito, ma non ho due giorni a disposizione, peccato lo avrei messo alla prova molto volentieri. Ma ci tornerò un giorno.

Ritorniamo in città verso il tramonto, tra i colori caldi che dipingono il cielo e la terra, nel pieno della contraddizione di una megalopoli e i villaggi sparuti di montagna appena lasciati.

Che cos’è La Paz in poche righe?

La Paz è il bus non turistico che si arrampica sulle Ande colmo di donne che masticano la coca,  è l’enorme sacco di rosmarino sulle spalle, è la gallina che tenta di fuggire dalle mani ferme di una donna con la bombetta.  E’ la strada impolverata che imbratta finestrini, è il bagaglio legato come un salame sopra il tetto del bus.  E’ il canto boliviano straripante di sentimento religioso, la musica ritmica a tratti melanconica e a tratti allegra.

E’ la strada alternativa che si prende per emergenza se è in atto una festa di quartiere. E’ un corteo lungo, quattro uomini che portano una bara scendendo lentamente la cordigliera delle Ande e sei tu che ti fermi ad ammirarlo come fosse un capolavoro del cinema di Pasolini.

E’ Copacabana sul lago Titicaca, la Isla de la Luna e la Isla do Sol.

Questa l’essenza della Bolivia vista da un affamato ricercatore di anime, come lo sono io.

Viaggio MM

About the Author

Stefania Zilio

E' una scrittrice, copywriter, ideatrice e conduttrice di programmi televisivi, counsellor in dinamiche relazionali, parla quattro lingue, studia in continuazione e legge almeno 3 libri al mese. Ama il gelato alla nocciola e crede nell’energia positiva Universale. Collabora con diverse testate ed è sempre alla ricerca di un impulso nuovo che le sconvolga la vita. Autrice del libro "Cuore in Trappola"

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